Utilità e progetti

Social Eating e Home Restaurant, ma sono legali?

Gli Uber della cucina, tra vuoti normativi ed autoregolamentazione
di Giulia Cabianca \ 29-01-2016 \ visite: 11839
home restaurant

Dopo l’articolo sugli infortuni in palestra riprende su Occhiaperti, la nuova serie di articoli giuridici for dummies grazie alla collaborazione della nostra redattrice Giulia Cabianca e dell’Avv. Laura Citroni dello studio legale SLC di Milano. In questo passo parleremo degli aspetti legali connessi ad una nuova frontiera della sharing economy: dopo gli Uber e BlaBlaCar, anche le cene sono shared con il Social Eating e gli Home Restaurant!

I fenomeni sono molto simili: il cuoco che decide di mettersi alla prova si iscrive al sito e propone una cena, fissa il menu, il prezzo, il numero minimo e massimo di partecipanti ed il termine per l’iscrizione. I portali web interamente dedicati, come Gnammo, Homefood e Ceneromane, solitamente trattengono una parte dell’incasso come corrispettivo per l’utilizzo dell’intermediazione. A fine serata, il cuoco avrà una tavola da sparecchiare e qualche spicciolo di più in tasca.

Alcuni si chiedono se queste attività sono legali, se è necessario denunciarle al fisco e avere la licenza. Come già avvenuto per gli altri settori della sharing economy, infatti, molti ristoratori hanno sollevato proteste. La scarsa regolamentazione opererebbe a discapito della qualità del servizio e della ristorazione tradizionale, quest’ultima oberata dal rispetto di rigorosissimi adempimenti fiscali e igienico-sanitari.

Ad oggi però, non esiste una normativa specifica, essendo un fenomeno troppo recente. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha avuto modo di dare una definizione di Home Restaurants: “un’attività che si caratterizza per la preparazione di pranzi e cene presso il proprio domicilio in giorni dedicati e per poche persone, trattate come ospiti personali, però paganti”.

E’ finita la pacchia? I portali di Social Eating, da una iniziativa di Gnammo, in una sorta di autoregolamentazione hanno lanciato sul web una definizione alternativa. Nel tentativo di distinguersi dagli Home Restaurant ritengono di caratterizzati dall’occasionalità dell’evento, quando gli Home Restaurant, invece, sarebbero caratterizzati dall’imprenditorialità dell’attività.
Per poter restare all’interno del confine del Social Eating, dunque, occorre, a detta degli stessi portali, che l’evento si configuri, dal punto di vista normativo e fiscale, come prestazione occasionale di servizi tra privati. Ne deriva l’obbligo per il cuoco di emettere una ricevuta fiscale agli ospiti e il rispetto del tetto massimo di €. 5.000,00/anno come reddito derivante dall’attività di Social Eating.

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Gli Home Restaurant, invece svolgendo attività professionale sono obbligati a rispettare la normativa vigente in materia di somministrazione di alimenti e bevande al pubblico ed i requisiti di accesso e di esercizio delle attività commerciali di cui al D.Lgs. n.59 del 2010.

Un confine labile, la continuità e professionalità dell’organizzazione culinaria, che sfugge al controllo del fisco. Tuttavia al di là della denominazione, il fenomeno concreto è il medesimo e, mancando una definizione giuridica sia di Social Eating che di Home Restaurant, non si può con certezza affermare che l’attività del primo non sia configurabile nella categoria del secondo, con le naturali conseguenze legali che ne deriverebbero. L’interpretazione, in assenza di regolamentazione specifica, è libera ed aperta.

In alcuni Home Restaurant i primi interventi da parte dei NAS hanno già riscontrato irregolarità (in particolare nella somministrazione del cibo e nei giorni di apertura al pubblico) mentre per il Social Eating, i portali smentiscono . 

La Federazione Italiana Pubblici Esercizi, c.d. FIPE, ribadisce l’importanza dei controlli su tali attività e la necessità di maggior certezza sulla legislazione nazionale e regionale da applicare (Certificazione HACCP , Licenza di somministrazione di cibi e bevande, etc..) a tutela non, come si potrebbe pensare, della categoria dei ristoratori, quanto della salute dei cittadini. Per ora chi vi partecipa lo fa, “a proprio rischio e pericolo”.

Il fenomeno delle cene condivise è in continua espansione tanto da far prevedere un intervento legislativo e nel frattempo si invitano cuochi e commensali al rispetto delle regole dettate dal comune buon senso così da mantenere la freschezza e la positività che caratterizzano il fenomeno.

Per chi volesse approfondire gli aspetti fiscali e legali del Social Eating, può farlo contattando la redazione a occhiaperti.net@edu.comune.fe.it
 

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