Arte e Letteratura

L'amarezza di una nube a contatto con il suolo

Considerazioni sulla nebbia
di Giulia Cabianca \ 19-11-2015 \ visite: 1838
uomo sugli scogli

Vivo a Milano da un anno e non mi sono ancora abituata. Sì, certo!, la giovanile vita frenetica e sì, chiaro!, anche i concerti, l’Expo, il duomo, la moda e… la nebbia!
A Milano la nebbia è di casa, come a Ferrara.
Stamattina il Pirellone sembrava non avesse fine, come la pianta di fagioli che ha permesso al piccolo Jack di raggiungere l’orco tra le nuvole. E’ risaputo che nella nebbia le figure assumano sembianze differenti e che l’io perda il senso dell’orientamento. Ma è così noto che quando d’un tratto te la ritrovi davanti, ti ricordi d’essertela scordata.
H. Hesse scriveva: Strano, vagare nella nebbia! / Vivere è solitudine. / Nessun essere conosce l'altro / ognuno è solo. A Milano più che a Ferrara? Probabilmente, in tutto il Mondo.

Nel periodo di bruma, in pianura, la visibilità diminuisce. Siamo ben lontani dall’era in cui la nebbia assumeva accezione divina. Non siamo più in battaglia con guerrieri omerici spalleggiati da dèi che si nascondono per gioco nella nebbia.
Ora i nostri vicini sono realmente in guerra, e non per gioco. E’ la guerra vera, quella che uccide su entrambi – anzi, tutti - i fronti. I nostri vicini francesi lo erano anche prima in guerra, ma molti di noi italiani purtroppo, stanno nella nebbia in una condizione costante. Il 29 settembre in un raid di “guerra preventiva” la Francia bombardava l’Est Siriano, alla luce del sole.

La nebbia è confusione e caos. Quanta rassegnata verità nei versi di Baudelaire, dove la capitale francese è una “brulicante città piena di sogni, dove lo spettro in pieno giorno ferma il passante!”. Il poeta la racconta ne “I Fiori del Male”.

Una mattina, mentre nella squallida via
le case, che la nebbia rendeva ancor più alte,
mimavano le rive di un grande fiume in piena,
e, paesaggio simile all’anima del guitto,
una nebbia giallastra inondava lo spazio,
io seguivo coi nervi tesi, come un eroe,
discutendo con la mia anima, già stanca,
il viale sconquassato dai pesanti carriaggi.
D’improvviso, un vegliardo i cui stracci giallognoli
avevano il colore di quel cielo piovoso,
e il cui aspetto avrebbe fatto piovere gli oboli
senza la cattiveria che brillava in quegli occhi,
mi apparve. Le pupille parevano inzuppate
nel fiele; le sue occhiate acuivano il gelo,
e la sua lunga barba, dura come una spada,
si protendeva, simile alla barba di Giuda.
[…]
Nella neve e nel fango si impegolava, come
se con le sue ciabatte calpestasse dei morti,
non tanto indifferente, ma ostile all’universo.
[…]
Colui che si fa beffe della mia ansia, e che
non è preso dal morso di un brivido fraterno,
rifletta che malgrado tanta decrepitezza
i sette mostri avevano l’aria di essere eterni!
Avrei forse io, da vivo, contemplato l’ottavo,
gemello inesorabile, ironico e fatale,
disgustosa Fenice, figlio e padre di sé?
-Ma io voltai le spalle a quel corteo infernale.
Snervato come un ebbro quando ci vede doppio,
tornai a casa, chiusi la porta, spaventato,
malato e intirizzito, con l’anima sconvolta,
ferita dal mistero e dall’assurdità!
Invano la ragione ricercava la barra;
la tempesta giocando annullava gli sforzi,
e l’anima danzava, danzava, vecchia barca
senz’alberi, su un mare mostruoso e senza rive!”


E’ agghiacciante come Baudelaire sembri già immaginare che, quasi due secoli dopo, la natura umana avrebbe sporcato di “nebbia” anche Parigi, come d’altronde fa da secoli ovunque.
Umberto Eco, invece, in una visione meno feroce e un po’ più serena, anche se inevitabilmente esistenziale, la descriveva “uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell'utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica”.
Già, caro Umberto, legioni di “guerrieri”, di tutti i fronti, che scambiano la guerra, per la via prescelta verso l’innocenza fetale.




 

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