Utilità e progetti

Un anno che ne vale cento

Liceo Carducci mobilità internazionale individuale
di Federico Branchetti \ 10-11-2015 \ visite: 32544
Lasciare i  propri amici, la propria famiglia e le proprie abitudini per conoscere a fondo una cultura diversa e allargare i propri orizzonti. Otto studenti del Liceo Carducci hanno accettato la sfida di Intercultura, Mondoinsieme, WEP,   onlus e associazioni private che organizzano scambi ed esperienze interculturali inviando ogni anno migliaia di  ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all’estero e ad agosto hanno preso un aereo per la loro ‘nuova vita’.  Linda Pietrasanta, Laura Martignani, Andrea Albieri, Diletta Sovrani destinazione  Cina; Fiamma Bizzi destinazione Finlandia; Leandro Magagni destinazione USA, Federica Musacci  destinazione Scozia, Martina Albanati destinazione New Zeland.

Linda Pietrasanta, di 4aN, che è a Pechino da poco meno di tre mesi, ha accettato di ignorare le sette ore, che la separano dal nostro fuso orario, per parlarci della sua esperienza nella capitale della Repubblica Popolare Cinese.

Perché consiglieresti di passare un anno all'estero?
Principalmente perché penso sia un'esperienza molto formativa, soprattutto a quest'età. Si impara ad arrangiarsi in un Paese diverso, dove si parla in un'altra lingua e dove non si conosce nessuno. Per fare un esempio a scuola non ho una mensa e organizzare la cena tutte le sere, per quanto non sembri, è davvero impegnativo. Sto anche imparando a convivere con altri e a superare le difficoltà che questo comporta, si tratti della compagna di stanza o della sorella della famiglia ospitante. Un altro aspetto sicuramente positivo è la possibilità di apprendere una nuova lingua e conoscere a fondo un'altra cultura, che nel mio caso è quasi opposta a quella italiana. Vivendo un periodo all'estero in questo modo ogni giorno imparo una cosa nuova, assaggio un cibo diverso ed incontro persone da tutto il mondo; e per quanto possa sembrare strano, questo mi fa amare ancora di più il mio Paese perché in quei momenti penso a quanto sia sorprendente il posto in cui mi trovo, ma anche a quanto mi manchino le abitudini e le usanze italiane.”


Come hanno reagito alla tua scelta i professori?

Nel migliore dei modi, perché sono stati proprio loro a parlarmi per primi delle possibilità di seguire il quarto anno all’estero. Mi hanno aiutata anche durante tutto il percorso delle selezioni e nel periodo precedente alla partenza. Li tengo sempre aggiornati condividendo con loro foto e commenti di ciò che vedo, così da renderli partecipi.”


Com'è andata la tua esperienza finora?

Come avevano spiegato durante gli incontri di preparazione il primo mese è il periodo delle novità: tutto sembra bello, le settimane sono piene di impegni e non si vorrebbe mai tornare. Poi tutto questo diventa routine e dal secondo mese ho avuto le prime 'crisi' di nostalgia. Ho cominciato a sentire la famiglia, gli amici e in generale il mio ambiente troppo lontano, e ho cominciato a pensare che dieci mesi sono davvero lunghi. La sfida più grande è stata ambientarsi nella nuova famiglia. All'inizio facevano fatica a capirmi, dato che non parlano inglese, mentre adesso, piano piano, riusciamo a comunicare sempre di più. Inoltre sono passata dall' essere figlia unica con una camera tutta mia ad avere una sorella con cui condivido stanza e letto. Le abitudini poi sono completamente diverse: dalla routine quotidiana alle manifestazioni di affetto. Noi europei tendiamo a classificare la cultura cinese come fredda e chiusa perché non vediamo il calore a cui siamo abituati, ma ho imparato che qui sono i piccoli gesti a contare. Mio nonno ad esempio, per farmi passare la nostalgia di casa, mi ha comprato una cartina dell'Italia e tutte le domeniche mi prepara i ravioli.”


Ti senti più vicina alla cultura cinese?

Pensandoci bene mi sento molto legata a questo posto e a queste persone anche se sono solo due mesi che sono qui. Ho notato che quando incontro degli stranieri a Pechino cerco subito di aiutarli a comprendere meglio gli usi e costumi della cultura cinese incentivandoli a non fermarsi alle apparenze e agli stereotipi. Sono arrivata perfino ad offendermi quando dei ragazzi tedeschi sono venuti nella nostra scuola e hanno rifiutato i ravioli che aveva preparato per loro il mio professore.”

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