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Fenomeno Selfie: l'involuzione dell'autoritratto

Immagine di sé e arte
di Sara Fantoni, 5A \ 12-07-2015 \ visite: 4373
Come determinare il disagio di una civiltà? Attraverso le mode, probabilmente. Mentre impazzano via web, facilitati dal basso costo dei recenti I-Phone, i selfie sembrano ritrarre, più che le persone, il lato narcisistico di una società confusa e in cerca costante di conferme. E' questa la reale funzione dell'autoritratto, che funge da "coperta di Linus", che dà sicurezza e appoggio visivo, per cercarsi e ritrovarsi, una sorta di diario fisiognomico in costante mutazione.

L'autoritratto ha una lunga storia nel campo dell' arte, ma si sviluppa emblematicamente solo nel tardo 1800, quando la crisi del Positivismo travolge i valori della società europea e l'uomo, non conoscendo il mondo, scopre di non conoscere neppure se stesso.
Il primo a realizzare una quantità enorme di autoritratti è Vincent Van Gogh, preceduto nel tempo solo da Rembrandt, suo conterraneo. Van Gogh elabora di volta in volta il ritratto di un essere disperato e solo, sempre più di frequente si appella allo specchio, studiandosi e riproducendo un viso che non è mai identico e, potremmo dire, addirittura mobile, mutevole come il suo carattere tormentato. 

Tra i migliori autoritratti nella storia dell'arte risaltano quelli del pittore austriaco Egon Schiele. Sigmund Freud ha da poco tracciato una mappatura dell' Io, e l'identità diventa il fulcro di quasi tutta l'azione artistica e letteraria dell'epoca. Schiele, alienato da qualsiasi contesto accademico,  esposto in drammatiche quanto impossibili contorsioni fisiche, sfida i tabù della buona società dell' impero Austro - Ungarico ormai in rotta di collisione, usando i colori in modo originalissimo per il proprio viso stravolto. Scheletrico, non pretende abbellimenti per se stesso, portando al parossismo le proprie espressioni inquiete.

Anche Frida Kahlo, pittrice messicana, è nota per gli autoritratti, ne realizza innumerevoli, con sfondi diversissimi per un volto sempre identico. E' quasi l'opposto di van Gogh: una maschera che nella realtà cela un dolore personale (oltre che fisico, con circa trenta operazioni subite nell'arco di dieci anni a causa di un gravissimo incidente), mentre per l'olandese è un dolore universale.

Il più drastico è Francis Bacon, che, annullando il proprio viso, realizza autoritratti (e ritratti) che evocano la disperazione e il male di vivere che ha nel tempo assunto proporzioni incontrollabili. Se poi andiamo a scrutare nei meandri della fotografia, rischiamo di perderci: non potrebbe esserci arte più vicina alla riproduzione ogettiva della realtà. Negli ultimi anni, è proprio il corpo il vero protagonista: basti pensare agli autoscatti provocatori di Nan Goldin, il cui viso tumefatto viene spietatamente illuminato dalla cruda luce di un flash, e che denuncia la violenza domestica.

Così gli artisti elevano il narcisismo o la necessità di autoaffermarsi con opere sorprendenti in originalità, entrate a far parte dell'immaginario collettivo.
Il bisogno esasperato di "trovare se stessi" permette ora la discutibile moda del selfie: ne sembrano vittime personalità del mondo dello spettacolo come della politica, ma soprattutto la gente comune, sempre più segretamente disorientata e impaurita. La disgregazione della realtà era un tema caro al nostro Pirandello, che potrebbe benissimo commentare questo fenomeno sintetizzandolo in un titolo efficace: "Uno, nessuno e centomila".

(foto da eonline.it)

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