Arte e Letteratura

Virus Ebola: nella Zona Rossa si combatte ancora

Roberto Satolli e Giorgio Monti raccontano l'esperienza di Emergency in Sierra Leone
di Klejdia Lazri \ 22-06-2015 \ visite: 1703
Foto di Klejdia Lazri

Venerdì 19 giugno si è tenuto, presso la libreria Feltrinelli di Bologna, un incontro per presentare “Zona Rossa”, il libro che racconta l’esperienza di Emergency contro il virus Ebola.
Il libro è nato dal desiderio di Gino Strada e Roberto Satolli di raccontare il modo in cui il virus ha agito sin dall’inizio dell’epidemia e come si poteva fermare, riportando la testimonianza di Fabrizio Pulvirenti, il medico siciliano che venne infettato da Ebola in Sierra Leone.

Gino Strana purtroppo non è riuscito ad essere presente all’incontro, ma al suo posto, assieme a Roberto Satolli, è intervenuto Giorgio Monti, a sua volta medico e da dieci anni collaboratore di Emergency.
Emergency è arrivato in Sierra Leone sul finire della guerra civile degli anni ’90. Il paese è uno dei più poveri al mondo, e tutto ciò che compete l’ambito sanitario è a pagamento, come in molti altri paesi africani. Il libro descrive il lavoro svolto dagli operatori nei centri di Lakka e di Goderich (quest’ultimo, situato nei sobborghi della capitale Freetown, ospita attualmente un importante centro di terapia intensiva) e affronta anche le bugie raccontate a riguardo, soffermandosi sul modo ipocrita dei media di trattare la questione e su coloro che si arricchiscono a scapito dei civili.

Monti ha spiegato ai presenti all’incontro che le epidemie solitamente cominciano e finiscono nell’arco di due mesi. Nel caso di Ebola, il virus ha colpito in questa occasione una zona al confine tra tre Stati, rendendo molto più complicata la gestione della situazione. All’inizio non è stato nemmeno riconosciuto, e anzi si è cercato di nascondere il problema per non perdere i possibili finanziamenti esteri. E’ anche vero che i sintomi associati al virus sono febbre, debolezza e disturbi gastro-intestinali, poco utili a identificare la malattia nell’immediato. L’attenzione verso la sua diffusione è arrivata solamente quando si è ipotizzato un rischio per l’occidente.

Il più grande dilemma si è presentato dopo la morte di 500 operatori sanitari in Sierra Leone. I medici si chiesero, infatti, se a quel punto non fosse il caso di chiudere i centri e scappare via. Alla fine, pur con certe riserve iniziali, si scelse di restare e portare avanti il lavoro, cercando di proteggersi al meglio.
All’inizio le ONG del posto stabilirono di lavorare senza toccare i malati, per paura del contagio. Ma per un medico ciò è in contrasto con la sua esigenza istintiva di curare tramite un contatto. Si stabilì perciò di trattarli attivamente, non più da lontano, utilizzando anche le flebo. Fino a quel punto, infatti, si era cercato di isolare il più possibile i malati e di intervenire tramite idratazione per bocca, ma l’epidemia aveva continuato a espandersi.

La situazione è notevolmente migliorata quest’anno grazie al nuovo centro per la terapia intensiva, nel quale si utilizzano macchinari che si possono trovare anche all’ospedale Sant’Orsola di Bologna (nel quale Giorgio Monti lavora). In questo modo si è riusciti a comprendere meglio la malattia e a offrire ai malati un trattamento dignitoso. La fiducia che Monti ha mostrato verso questo nuovo centro è stata tale da fargli affermare, in una conversazione con Gino Strada: “Ho deciso che non mi ammalo. Se però dovessi cambiare idea, curatemi qui.”

Monti ha anche raccontato quali siano state le due domande che si è sentito rivolgere più frequentemente dal suo recente ritorno in Italia: “Sei infetto?” e  “I malati arriveranno qui con barconi?”. Come ha sottolineato, entrambe le domande denotano una chiara incompetenza in merito all’argomento, perché per essere infetti la malattia dev’essere sintomatica, e una volta che si è guariti si diventa immuni. E, soprattutto, nessuna persona che abbia contratto il virus potrebbe affrontare un viaggio impegnativo come quello dei migranti che attraversano il mare, essendo l’effetto di Ebola così forte da portare alla morte in meno di un mese. I medici stessi devono lottare contro il tempo per curare i malati, perché si ha circa una settimana di tempo per battere il virus. Bisogna quindi far sopravvivere il malato attivando adeguatamente le sue difese e facendo sì che le sue funzioni vitali reggano almeno per quel lasso di tempo.
 
Roberto Satolli, medico, giornalista e compagno di banco di Gino Strada già ai tempi del liceo, ha sottolineato che il fenomeno più importante da analizzare, per quanto riguarda la società occidentale, è la cosiddetta “epidemia mediatica” che puntualmente accompagna tutte quelle reali. Questo tipo di “epidemia” è caratterizzata dal fatto che risulta sfasata rispetto a quella che l’ha originata. Nasce infatti dopo che quella reale è iniziata e tente a finire prima. A un certo punto si decide che non è più un problema, la si rimuove. Ovviamente questo tipo di fenomeno nasce dalla paura, dalla mancata consapevolezza, e in questo vi è una gravissima responsabilità dei governi e delle istituzioni sovranazionali, che non gestiscono come si dovrebbe una simile situazione, oltre agli organi dell’informazione, che alterano le notizie per scopi mediatici. C’è spesso la tendenza a dire “non ci riguarda”, ma in realtà, come si può facilmente riscontrare nel caso di Ebola, nella maggior parte dei casi questi problemi ci riguardano sin dal principio.

I responsabili di quell’epidemia siamo noi”, ha affermato Satolli, raccontando di come fosse rimasto colpito, una volta arrivato in Sierra Leone, dalla quantità di strade e di enormi cartelli pubblicitari di telefonini. A sostegno della sua tesi, ha specificato che di Ebola si sapeva dagli anni ’70, ma all’epoca vi erano piccoli focolai che si estinguevano da soli. Stavolta, nel giro di 10 giorni, da un villaggio remoto il virus è arrivato nella capitale. A favorire la sua  diffusione sono stati proprio i telefonini, con i quali si è potuto avvisare amici e parenti distanti della malattia di un loro caro, e le strade, che hanno permesso lo spostamento di molte persone per assistere ai funerali. Ma le strade utilizzate per questi spostamenti sono state costruite dagli stranieri. La Sierra Leone è un paese ricchissimo di risorse, se potesse sfruttarle autonomamente diverrebbe più ricca della Svizzera. Eppure gli interessi economici hanno fatto sì che i governi corrotti facessero accordi con i paesi esteri, in particolar modo con la Cina (ma anche con l’Italia), accettando scambi che favorissero lo sfruttamento delle proprie risorse. Le strade vennero costruite proprio per questo, per permettere un più facile collegamento con giacimenti e miniere. Nel fare questo, sono stati completamente ignorati i bisogni primari della popolazione. Basti pensare che ancora adesso mancano l’acqua potabile e un sistema fognario. E’ proprio questo modello di sviluppo neocoloniale che comporta tali problematiche. E’ uno sviluppo disarmonico, che fa sì che alcune cose vadano rapidamente avanti, mentre altre rimangono a prima del medioevo. Per questo motivo, secondo Satolli, la paura che ha creato Ebola in Europa è esagerata, perché qui è facilissimo contenerlo, mentre in Sierra Leone c’è un’assoluta mancanza di strutture sanitarie e igieniche.

La Banca Mondiale ha stanziato dei finanziamenti per arginare il problema, ma non cambierà nulla se quei finanziamenti finiranno nuovamente in mano a chi li gestisce per altri interessi e non per rispondere ai bisogni primari della popolazione.
La storia di Ebola non si è ancora conclusa in Africa occidentale. E’ finita l’epidemia, ma il problema persiste. Attualmente vi è una situazione di endemia, perciò il virus è ancora presente e non si sa se sarà possibile eliminarlo definitivamente.
Grazie all’enorme lavoro da parte di tutte le organizzazioni, negli ultimi 21 giorni vi sono stati solo 41 malati in Sierra Leone. Questo grazie soprattutto agli operatori locali, che sono circa 500, e agli operatori internazionali, che sono circa una trentina.

L’azione di Emergency è stata portata avanti in tempi record e in condizioni che sembravano impossibili. E’ stata straordinaria dal punto di vista medico, umano e soprattutto scientifico. Ebola non era mai stato analizzato in modo così approfondito, con così tanti casi sui quali poter agire. Basti pensare che vi erano cinque o sei pazienti in terapia intensiva in contemporanea. Tutto ciò ha un valore scientifico inestimabile, e i medici hanno sentito il dovere di restituire alla comunità scientifica questi dati. Per quanto ancora non sia stata trovata una vera cura per il virus, si sono comunque tentati nuovi approcci. Si sta attualmente lavorando anche sull’aspetto preventivo. E’ stato infatti creato un vaccino che si è mostrato finora efficace, ma essendo il virus attualmente in fase endemica è difficile arrivare a una valutazione finale. Ma la vera prevenzione è far uscire questi paesi dallo stato di degrado. Non è la prevenzione medica la priorità, ma un investimento nello sviluppo vero.

Il libro nasce dal desiderio di far conoscere i tanti aspetti della storia di questi malati, di spiegare cosa comporti per un medico l’idea, definita da Monti “sconvolgente”, di non poterli toccare, e di descrivere le decisioni prese da Emergency in linea con i suoi principi, come ad esempio il “diritto alla cura”, per il quale si è stabilito di tenere gli ospedali aperti, e di curare i malati come si sarebbe fatto nei propri paesi d’origine, proteggendosi con uno scafandro e somministrando i farmaci per vena.

Nel libro si affronta anche la bugia frequentemente ripetuta della mancanza di risorse. Quando venne dato l’allarme nei paesi occidentali, i soldi puntualmente arrivarono. Gli americani costruirono ben 11 centri, dei quali ne aprirono solo 3, per curare unicamente 28 malati, contro i 28.000 totali. Il tutto a causa dei ritardi e del modo sbagliato di impostare il loro intervento. Eppure i soldi c’erano, non furono di certo le mancanze di risorse economiche a comportare tali risultati.
Questa epidemia è stata importante anche perché ha messo in guardia l’occidente su come si devono gestire le prossime, che certamente arriveranno. Dobbiamo farci trovare più preparati e soprattutto più consapevoli sulle nostre responsabilità. Come viene affermato nel libro: “Cercare di offrire agli umili e indifesi le stesse cure a disposizione dei ricchi e degli occidentali è un gesto rivoluzionario”.
 

    Condividi questa pagina:

Altri articoli in Arte e Letteratura