Arte e Letteratura

Lo "zibaldone cosmico" di Lorenzo Mazzoni

Intervista all'autore di un noir decisamente atipico, "Quando le chitarre facevano l'amore"
di Licia Vignotto \ 05-06-2015 \ visite: 1388

Lo scrittore ferrarese Lorenzo Mazzoni – noto soprattutto per la trilogia dedicata all’ispettore Malatesta, ambientata nel capoluogo estense - ha da poco dato alle stampe il suo ultimo libro, “Quando le chitarre facevano l’amore”, per i tipi di Edizioni Spartaco. 
Il romanzo è ambientato nella provincia texana degli anni Sessanta, dove pare si sia rifugiato Robin: ex gerarca nazista che l’esperienza della fuga - assieme all’incontro con la psichedelia e con la new age - avrebbe trasformato in un pacifico hippie, sostenitore della rivoluzione che il rock di quegli anni stava portando nelle coscienze di tanti giovani. Robin ospita presso la propria isolata dimora di campagna The Love’s White Rabbit, gruppo musicale avanguardistico, lisergico, sconclusionato ma irresistibilmente attraente. La sua e la loro vita verrà sconvolta dai tanti assurdi personaggi che per vendetta, per interesse o per caso si metteranno sulle tracce del vecchio: cacciatori di teste israeliani, giovani soldati fuori di testa, tornati negli Stati Uniti sconvolti dall’esperienza in Vietnam, violente e bislacche pedine dei servizi segreti, un attore ceco, sosia dell’allora presidente Messicano.
 
Occhiaperti.net, per sapere qualcosa di più di questo atipico romanzo noir, ha intervistato per i suoi lettori l’autore. 
 
Lorenzo, da dove nasce l'idea o l'esigenza di lavorare sugli anni Sessanta americani? 
 
L'idea è nata diversi anni fa. Sentivo il bisogno di scrivere di The Love's White Rabbits, band di cui ho fatto parte. Eravamo un gruppo di amici innamorati della filosofia hippie e della musica psichedelica. Ho pensato però che scrivere la storia di un gruppo di ragazzi nell'Emilia degli anni '90 non sarebbe stato così avvincente per un lettore medio, e forse nemmeno io avevo poi così voglia di fermarmi alla nostra realtà. Perciò ho scelto gli anni Sessanta, ci ho infilato dentro The Love's White Rabbits, e ho messo in campo tutte le mie passioni: il viaggio, l'America della Controcultura, il Vietnam, le droghe lisergiche, la musica garage, la letteratura spy-story, gli atlanti geografici, oggettistica vintage, amore libero, il generale Giap, i Beatles... ne è venuto fuori il romanzo che io come lettore avrei voluto leggere. Uno zibaldone cosmico. 
 
Sei mai stato nei luoghi che racconti? Come li hai costruiti?
 
Sono stato in Vietnam, ma trent'anni dopo le vicende narrate nel libro. Non ho mai messo piede negli Stati uniti, in Guatemala e a Singapore (gli altri luoghi del romanzo). C'è stato un lungo lavoro di ricerca: rilettura di testi dell'epoca, ascolto di decine di dischi, documentari, film, traduzioni, guide di viaggio di quegli anni. Il lavoro di ricerca culturale e storiografica è durato parecchi mesi ed è stata una vera e propria immersione mentale negli anni Sessanta. 
 
Che regole ti sei dato per scrivere intrecciando realtà e fantasia? Come hai dosato le due parti?
 
Ho estrapolato dalla realtà dei Love's White Rabbits gli episodi più conformi a una storia anni Sessanta (la comune dove suonavamo, i concerti, le sperimentazioni musicali e mentali, i viaggi) e li ho calati nello scenario che ho costruito. L'impalcatura storica, comunque, era ben salda quando ho iniziato a scrivere il romanzo, perciò tutte le trovate fantasiose che si trovano nel libro hanno uno scenario realistico e documentato. Le cose poi, sono venute da sé, ho preso familiarità con i personaggi, mi sono imposto degli orari di lavoro. E' stato entusiasmante. Una sorta di cavalcata rock, come si usava dire un tempo.
 
Rispetto ad altri tuoi romanzi, come ad esempio "Apologia di uomini inutili", anche in questo si trovano situazioni molto violente e cruente, tuttavia l'atmosfera non è mai veramente cupa. Fatta eccezione per alcuni passaggi ambientati in Vietnam, il registro resta giocoso, ridicolo, da commedia. Come mai questo cambiamento? 
 
E' la storia che lo esige. Gli anni Sessanta, e soprattutto la Controcultura e il movimento hippie, sono stati giocosi nonostante operassero per stravolgere un sistema di odio e terrore (vedi il Vietnam, la questione nera o la violenza poliziesca). Personaggi bizzarri nell'epoca del Noi. il noi crea commedia, più di un monologo, più dell'individualismo spinto di questi anni. Nel romanzo ci sono limonate all'LSD, un sosia di un presidente (per giunta cieco) che imita Charles Bronson,  una pazza e scatenata donna di mezza età nata per infestare il mondo della sua dissacrante energia, strampalati bianconigli, omosessuali del Mossad che preferiscono indossare scarpe con tacchi alti piuttosto che uccidere potenziali nemici, uno scheletro innamorato di Anita Garibaldi, una chitarra parlante, tartarughe dipinte come un mandala... poi ci sono i morti ammazzati, le sparatorie e tutto quello che serve per fare un noir, ma come si fa a non ridere o a trovare grotteschi personaggi del genere?
 
Quale personaggio ti ha maggiormente coinvolto? Perché?
 
Lolicia Smith, l'anti famme fatale che lavora per la CIA perché mi ha messo alla prova. E' stato difficile e divertente creare un personaggio femminile d'effetto, credibile e così maledettamente pazza. Lolicia per me rappresenta perfettamente l'America folle di quegli anni, con i suoi paradossi, i suoi slanci di caos e l'energia smisurata di distruggere gli ingranaggi da lei stessa costruiti. Anche Luigi Portaleone, lo scovanazisti italiano, mi ha coinvolto molto. Mi sono dovuto calare nei panni di uno scampato ai campi di concentramento, all'orrore puro, e non è stato semplice. Luigi è un tipo fuori dal mondo che, suo malgrado, prova tutto quello che si poteva provare (parlo di esperienze sensoriali) nell'America del 1968. 
 
Quanta nostalgia c'è, da parte tua, nei confronti delle esperienze e delle speranze che descrivi attraverso il gruppo dei Love's White Rabbits?
 
Riguardo ai veri Love's White Rabbits c'è la nostalgia di non suonare più insieme, di essere diventati grandi e, a volte, forse troppo seri. Mi manca molto quell'energia che si creava tra noi cinque, quando la musica, l'amicizia e la voglia di scoprire avevano la meglio su ogni altra cosa. Riguardo all'epoca... be', io sono un ragazzo degli anni Sessanta, solo che sono nato troppo tardi. Ho sempre ascoltato la musica di quegli anni, la letteratura che prediligo è di quegli anni, così come i film e l'arte, i movimenti politici e storici e la cultura. Mi sembra che oggi manchi il Noi e questo, a mio avviso, è un grosso pericolo per le generazioni future. 
 
I grandi motori del romanzo sono due: cambiamento e vendetta. Cosa rappresentano per te? Credi nel cambiamento radicale, come quello vissuto da Martin? 
 
Credo in entrambi. La vendetta contro i cattivi, quelli veri, è un concetto passato di moda. Oggi i cattivi sono visti come operai cassintegrati da prendere a manganellate o, in altro ambito, lavoratori in metropolitana che saltano in aria perché qualche esaltato ha scambiato l'idiozia con l'Islam. Sono solo esempi, ma la vendetta di oggi è vendetta da pezzenti, da epoca individualista e malata. La vendetta contro un gerarca nazista? La approvo. La vendetta contro i padroni della terra? Ci sto. La vendetta contro stupratori e pedofili? Alla grande. E per vendetta non intendo un'esecuzione. Semplicemente giustizia. Riguardo al cambiamento radicale credo che sì, sia possibile, ma si ritorna al discorso di prima: senza un Noi non si va da nessuna parte. 

A cosa stai lavorando ora? Cosa devono aspettarsi i tuoi lettori?
 
A settembre uscirà il nuovo Malatesta. "Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate", il titolo spiega già dove andrà a parare l'indagine dello sbirro anarchico. E sto cercando di lavorare a una storia che ha come protagonista una mucca, come scenario la Sarajevo dell'assedio e in sottofondo The Who, che piacciono molto anche a mio figlio. C'è qualche speranza. Rock & Roll.
 

    Condividi questa pagina:

Altri articoli in Arte e Letteratura