Attualità e Viaggi

Ed ora qualcosa di completamente diverso*

Permesso di soggiorno in Sudafrica
di Antonio Vergoni \ 03-06-2015 \ visite: 2037
Dai piedi della montagna fino alla mia destinazione la strada non è esagerata, camminando di buon passo nel giro di mezz'ora neanche dovrei essere all'ufficio del Ministero degli Affari Interni per le pratiche relative al mio permesso di soggiorno. Il fresco delle sei mi attende fuori casa così come la discesa, tra le ombre dei primi pendolari e quelle degli ultimi della notte. La baia illuminata delle luci della città ancora resiste all'alba, io seguo la rotta immaginata, più o meno sempre dritto per arrivare in fretta e con largo anticipo al mio appuntamento con la coda.

Nonostante la mia esperienza italiana in fenomeni di questo tipo, l'attesa dovuta all'ufficio sarebbe stata fuori da ogni immaginario. Le mie fonti indigene assicuravano che per l'Home Affaires avrei impegnato dalle cinque alle sei ore per portare a casa qualche risultato dato che l'ufficio in questione raccoglie gli "affari" di tutto il Western Cape ed è quindi sempre piuttosto affollato. All'arrivo ad occhio e croce sono già cinquantesimo e come tutti mi appoggio al muro andando a completare una fila silenziosa e ordinata ancora all'occhio dei lampioni.

La zona comprende la grande centrale di polizia e in parallelo la sede del parlamento, tutti palazzi che risalgono all'epoca d'oro dell'Apartheid, maestosi se non sproporzionati nel loro stile impero. Adagiati sul granito prima di me stanno una coppia di amici, lui americano e lei probabilmente sudafricana, sono gli stessi che mi hanno fulminato sulla curva prima dell'allungo finale in Barrak street. Dietro di me un distinto anziano che parla in africans al telefono cellulare e prima di lui un bambino che scorrazza tra le gambe di tutti facendo la spola dalla madre al padre che lo segue come un'ombra tenendolo lontano dalla strada. Il sole è spuntato da poco oltre i cornicioni dei palazzi e qualche inserviente inizia a perlustrare la fila salendo e scendendo con giusto ritmo e ponendo vaghe domande in giro.

Sono quasi le sette e mezza, orario d'apertura degli uffici, quando un leggero passo in avanti scuote la coda dal suo torpore. Voltandomi non ne vedo la fine nè sporgendomi  l'inizio ma mantengo stoico la mia postazione e quando mi si domanda ripeto diligente la mia risposta. Sono improvvisamente dirottato ad una nuova coda, un altro muro e nuovi vicini a cui chiedo spiegazioni  ma senza successo. Sono tutti più armati di me, cartelle e fogli a volontà che confrontati col mio passaporto mi fanno temere il peggio per la mia missione. Il tempo scorre mentre imparo a memoria la sequenza di finestre, colonne e balconi intorno a me, quando dall'ultima  balaustra prima delle ultime scale sento la voce potente di un tizio che intravvedo bello seduto su una cassetta da frutta con un gran pacco di penne biro in mano: "comprate una penna, non ci sono penne dentro !". Uomo avvisato mezzo salvato e così mentre il ritmo degli affari del tizio sale e io frugo disperato lo zaino in cerca della penna, la coda davanti a me scompare dentro l'entrata scoprendo all'improvviso tutto il resto.

Due rampe e in cima una vetrata che sembra comportarsi come il mio primo importante traguardo, o almeno la gente che vedo scomparire da lì sembra finire in un posto migliore, subito smistata trai piani superiori e l'immensa sala d'accettazione. Vedo tutto dal basso dove sono, in mezzo ai certificati di nascita che sembrano andare alla grande quest'oggi. Le madri tengono stretti questi fagotti di coperte dove appena appena spunta il piccolo viso, con gli uomini intorno fedeli esecutori delle direttive materne, tra il resto dei figli che composti e in un educato silenzio giocano tra loro. Ottimista per le quattro ore alle spalle e già quasi dentro mi trovo a fianco dell'uomo delle penne ancora ben impegnato nel suo business. Lo sfilo con la mia ben stretta in mano prima di passare attraverso una porta di vetro girevole da Grand Hotel Excelsior da cui esco a spinta per inforcare subito le scale per il mio piano.

Una quiete surreale aleggia ovunque, chiedo per l'ascensore e incontro la sudafricana dell'arrivo che nel frattempo perdendo l'amico americano e facendo un'altra coda e’ giunta al mio stesso punto. Decidiamo di salire insieme e facendo conoscenza mi confida di essere come me nelle mani della provvidenza, grazie a questo riesco a calmare le mie aspettative e farmi trovare pronto all'apertura delle porte del quarto piano dove mi aspetta la stessa gente che era con me qualche ora prima in coda, ma sparsa in modo diverso. In questa prima sala è tutto un via vai dagli uffici con un contorno di utenti seduto su divani e poltrone comodissime. Attendo, chiedo, attendo. Uno esce e parla a tutti, ha un cartellino al taschino della camicia, quanto basta per essere assalito di domande da tutti. Fa in tempo ad indicare un corridoio prima di fuggire accampando scuse per la gran fretta. Un gruppetto si distacca e si allontana e io decido di seguire il flusso, limitandomi a qualche richiesta d'informazione rituale.

Potrei essere molto vicino, seguo la cartellonistica, giro l'angolo e mi si apre una freddissima sala con alcuni visi ormai noti più qualcuno di nuovo, siamo sempre di meno e questo è un buon segno. Passa un'ora circa ed entrano in due, sono organizzati e ne liquidano la metà in un amen, lì per lì, ancora in piedi. Mi passano avanti tutti, sono l'ultimo e dopo le prime spiegazioni mi bloccano subito e mi indicano un cartello a fianco della porta, dice che sono nel posto sbagliato.   

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