Arte e Letteratura

Io sono l'ultimo

Le lettere dei partigiani italiani per #ilmaggiodeilibri
di Grazia Russo \ 18-05-2015 \ visite: 1516
I perché della mia scelta sarebbero molti, anzi moltissimi. Tanto per cominciare è stato l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato non riuscendo a chiuderlo e spingendomi fino a notte fonda nelle sue pagine appassionate. È anche l’unico libro che ho riletto più e più volte, ritrovando in quelle righe fitte che correvano l’una dopo l’altra, le stesse lacrime, la stessa intensa e sconvolgente partecipazione alle vite e alle esperienze di uomini e donne che settant’anni fa, poco più che bambini, hanno creduto in un sogno di libertà e hanno provato a conquistarlo per cambiare un mondo del quale facevano parte e di cui percepivano il peso del divieto e del silenzio. Un mondo in cui a farla da padrona era l’asfissia da mancanza di libertà: condizione che soffoca da secoli i liberi pensatori.

Se tutto ciò non bastasse a spiegare i profondi perché che mi spingono a inserire proprio il libro Io sono l’ultimo – Lettere di partigiani italiani a cura di S. Faure, A. Liparoto e G. Papi nella scaletta dei libri dai quali non si può prescindere per una cultura personale, allora viene in mio aiuto certamente la necessità di mostrare come sia ancora oggi più che mai necessario per la nostra contemporaneità il mantenimento della memoria storica di tutto ciò che è stato. Una memoria che si affievolisce, una voce che diventa più fioca, ma non scompare, non muore. La voce è quasi un sibilo: tutto ciò che resta di nonni che poco alla volta stanno scomparendo lasciandoci custodi delle loro parole, delle loro vite e del loro impegno.  Proprio noi che trasformandoci in eredi con nuove voci, dobbiamo scegliere parole accurate e avere gambe forti per impegnarci a mantenere un legame con un passato ai nostri occhi lontanissimo, legato solo alle pagine di un testo di storia, sfogliato forse svogliatamente in classe. 
 
Il libro Io sono l’ultimo permette di far emergere l’impegno, la forza delle parole contro la negazione di molti, di troppi che ancora oggi raccontano un’altra storia. Il partigiano Silvano Sarti, classe 1925 per ciò che ha fatto non si è “sentito affatto un eroe”; ha solo seguito i compagni che hanno dato a lui e a molti altri un esempio in quegli anni difficili e rivolgendosi ai lettori di oggi e domani dice con parole semplici: “Vorrei trasmettere ai giovani quanto sia importante impegnarsi oggi come abbiamo fatto noi contro le ingiustizie e le disuguaglianze… il rischio è quello di non essere ragazze e ragazzi cresciuti in piedi, ma di trovarsi piegati.”  Questo è un libro che parla di uomini e donne semplici, poco più che contadini, poveri e quasi sempre analfabeti che hanno legato, perlopiù all’oralità, il mantenimento della memoria e del ricordo come da sempre vuole la letteratura, come da sempre si fa attorno ad un fuoco per il bisogno umano di raccontare e raccontarsi. 
 
Questo libro infonde coraggio, quello di chi ha deciso di non vivere nell’indifferenza o nella vigliaccheria, ma di lottare per consegnare ai posteri almeno la speranza di un mondo diverso da quello che il destino aveva riservato loro. Giovanna Marturano, della Brigata Garibaldi, classe 1912 dice: “Bisogna smuovere la gente. Parlare, convincere … Se uno ci crede. È una cosa straordinaria. Le cose possono cambiare” e le fa eco Gildo Guerzoni (1926) che aggiunge quella che è la considerazione probabilmente più importante per la nostra società così virtualmente sociale: “Ricordate che il computer va bene, ma bisogna guardare indietro, per guardare avanti. Chi non ha memoria non ha futuro”. Ecco: perché le cose cambino è necessario crederci, conoscere e ricordare sempre.  
 

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