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#Six1: troppo bello per essere nero

La storia del quartiere District Six
di Antonio Vergoni \ 13-04-2015 \ visite: 2342
Cape Town, 15 maggio 1938. “Non ve lo nascondo, l’apocalisse è alle porte. La marea nera è pronta a sommergerci. Da trent’anni non faccio che chiedere un sistema politico, nel quale un kaffir  sia condannato a rimanere un kaffir. Con quale risultato? Guardate i quartieri di District six (Cape Town) o di Sophiatown (Johannesburg), dove bianchi e neri fornicano e addirittura si sposano in continuazione! ”. (Lapierre 2008)

Queste parole vengono pronunciate da Daniel François Malan durante una riunione della confraternita dell’Afrikaner Broederbond  in un’elegante villa di Città del Capo. Quel giorno si pongono le basi della dittatura che si affermerà poi definitivamente qualche decennio più avanti con le elezioni del 1948 e che terminerà solo nel 1994 con la vittoria dell’Anc e l’elezione di Mandela alla presidenza del Sudafrica.



L’11 febbraio 1966 un quartiere di Città del Capo, District Six, viene dichiarato “area bianca” nel quadro del Group Areas Act, provvedimento emanato dal governo nel 1950 per dividere tutti i centri abitati, in campagna e in città, secondo principi razziali: “ […]  il progetto messo a punto per Città del Capo stabiliva che il centro cittadino e le aree residenziali migliori, intorno alla Table Mountain fossero riservate ai bianchi, e che si introducessero separazioni spaziali per distinguere la comunità bianca da quella meticcia”.  ( Rive 1986 )

District Six è nel cuore della Mother City, è l’embrione del Sudafrica del futuro ed è  considerato una vergogna dalla minoranza bianca al governo: “[…] vi coabitano neri, meticci, indiani, malesi e bianchi in un dedalo di stradine, piazze e vecchie case che ospitano botteguccie, bettole, taverne, caffè, rivendite di spezie, bische, studi di artisti e abitazioni ”. (Lapierre 2008 )

Un paradiso unico nel suo genere, il luogo in cui nasce la lunga storia d’amore tra l’Africa e il jazz, tra quelle piazzette e quei covi, dove grandi  musicisti come Dollar Brand, Basil Coetzee, Kippie Moeketsi e  Miriam Makeba riempivano di magia ogni angolo del quartiere. La vivacità culturale favorita dal miscuglio etnico, garantiva una pace razziale unica nel panorama dell’Apartheid che in quel periodo raggiunge l’apice del  delirio segregazionista, con l’emanazione di leggi speciali ad un ritmo straordinario, imponendo la propria dottrina con uno stato di polizia. District Six  non poteva rimanere per altro tempo ancora quello che un popolare giornale dell’epoca definì  “il più famoso slum sudafricano”, dove l’intollerabile unione tra razze avveniva secondo volere di natura.



La più grave tra le minacce per la purezza della razza africaner incombeva ed era necessario fare qualcosa al più presto. Il pretesto venne individuato in un problema igienico (diffusione di Tubercolosi), oltre che sociale (attività illecite) da sanare attraverso la sua cancellazione definitiva dalla mappa della città. E fu così che a partire dal 1968 fino al 1982 vennero sfrattate più di 60.000 persone e l’intero quartiere venne raso al suolo e  gli abitanti deportati nelle aree desertiche intorno alla città, le Cape Flats. Prendendo ad esempio i metodi usati dai nazisti per censire gli ebrei della Germania e dei paesi occupati dal Reich, atti legislativi fondamentali per la futura sopravvivenza della razza bianca al Capo, come ad esempio il Population Registration Act del 1950, impongono  ad ogni cittadino di dichiarare l’appartenenza ad un gruppo razziale,  preludio di un grande piano che realizzerà la definitiva supremazia bianca: “[…] una sapiente distribuzione permetterà di confinare i neri in quelle poche zone urbane già denominate township, e soprattutto in lontane homeland, o riserve, destinate a diventare un giorno stati autonomi ”. ( Lapierre 2008 ).

District Six, emblema della possibilità di una convivenza pacifica tra tutti i sudafricani diventa l’esempio di pulizia etnica da dare al resto del paese. Il complesso sistema di separazioni verrà poi allargato alle township stesse: che siano zulu, xhosa, sotho, tswana o altri, ad ogni gruppo spetterà un’ulteriore frazione del quartiere. L’incubo razziale si fa istituzione in una spirale di terrore che segnerà milioni di famiglie sudafricane violentando per sempre la coscienza di un’intera società.

Note
Dominique Lapierre 2008, “Un arcobaleno nella notte”, Il Saggiatore SPA, Milano
Richard Rive 1986, “District six”, David Philip Ltd, Sudafrica 

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