Cultura e Spettacoli

Undicesimo comandamento: non dimenticare

Cristicchi e il musical civile
di Federico Branchetti \ 25-02-2015 \ visite: 1842
Parlare di esodo per capire che le persone che “vengono qui a rubarci il pane, il lavoro e la casa” non sono invasori, ma esseri umani che attraversano il mare per salvarsi la pelle. Perché da dove vengono non si può vivere.
 
Questo uno dei tanti messaggi che Simone Cristicchi vuole mandare attraverso Magazzino 18, il suo spettacolo teatrale di maggior successo, che finora ha registrato più di 70000 spettatori in tutt’Italia.
La 107a replica è andata in scena il 6 febbraio all’Auditorium C. Govoni di Cento, dove qualche ora prima abbiamo potuto intervistarlo per capire meglio la struttura e la storia di uno spettacolo che racconta una delle pagine più toccanti e dolorose del secolo breve.
 
Come nasce questo spettacolo?
“Stavo facendo una ricerca sulla Seconda Guerra Mondiale, per scrivere il libro “Mio nonno è morto in guerra”, e me ne andavo in giro per l’Italia ad intervistare gli ultimi anziani ancora viventi che potessero in qualche modo testimoniare l’uragano che in quegli anni aveva stravolto il nostro Paese. Il tutto era nato dall’esigenza di riempire i vuoti e i silenzi che mio nonno Rinaldo aveva lasciato morendo. Aveva partecipato alla campagna di Russia ed era stato uno dei fortunati che riuscirono a tornare indietro, ma non volle mai raccontarmi niente di uno dei capitoli più drammatici vissuto dall’esercito italiano. Sentii che con il nonno se ne stava andando un pezzo di Storia e mi resi conto che anche gli altri testimoni stavano morendo, uno dopo l’altro: dovevo trovare quegli anziani preziosi e salvare le loro memorie.
In questo viaggio mi sono trovato a Trieste, una città travolta dalla violenza della Storia, ricca di luoghi della memoria molto importanti ed emblematici, come l’unico lager nazista sul suolo italiano o come la foiba di Basovizza. Quest’ultima oggi è un simbolo, un monumento nazionale che tutti gli anni ospita le celebrazioni del Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe, ma c’è un luogo più rappresentativo e “affascinante” per raccontare l’esodo giuliano-dalmata: il magazzino 18.  Appena entrato in quell’edificio, guardando quella massa di oggetti di vita quotidiana che nascondevano le storie delle famiglie fuggite dall'Istria, mi sono trovato davanti alla vera tragedia dello sradicamento dalla propria terra. Consapevole di sapere ben poco a riguardo e sapendo che i media raramente ne parlavano ho sentito l’esigenza di approfondire, di leggere e di documentarmi, di parlare con storici, ma anche con gli stessi testimoni per poi portare per la prima volta sul palcoscenico questa epopea dimenticata.
Per farla breve, l’Italia è uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, e come tale doveva pagare un prezzo. Con il trattato di pace del 1946 i potenti della Terra consegnarono alla Jugoslavia un’intera regione italiana, facendo così pagare solo agli Italiani che abitavano quelle terre, gli istriani, i fiumani e i dalmati, i risarcimenti per i danni di guerra. Ovviamente la Storia è più complicata di così, e nello spettacolo proverò a raccontarlo meglio, anche se questa vicenda è come una matrioska: sembra non finire mai.”

Come ha lavorato alla messa in scena di questo spettacolo?

“Inizialmente, con Jan Bernas, il coautore che mi ha aiutato con la parte storica,  avevo scritto un monologo, ma il regista, Antonio Calenda, mi consigliò di comporre delle canzoni perché a suo dire era un lavoro alla Marco Paolini, e quel genere di teatro in Italia c’era già. Ho quindi cominciato a trasformare intere pagine di monologhi in canzoni, ed ecco come ha preso forma  quello che abbiamo ironicamente battezzato “musical civile”, perché unisce l’attualità politica e sociale del teatro civile alle melodie dei musical, nonostante ci sia soltanto io a cantare. L’esperimento è poi riuscito nel momento in cui abbiamo aggiunto le proiezioni, i filmati d’epoca, le fotografie e l’impianto musicale di tipo orchestrale. Quest’ultimo l’ho voluto fortemente perché volevo dare a questo racconto, che parla di povere cose e povera gente schiacciata dal procedere elefantiaco della Storia, il ritmo della grande epica e sottolinearne l’imponenza con un’orchestra di cinquanta elementi e un coro di voci bianche capace di dare un valore aggiunto molto simbolico allo spettacolo. Al termine del processo di scrittura, poi, ho cominciato a sottoporre il copione a degli storici che mi hanno aiutato a riempire le lacune. Volevo che questo spettacolo fosse il più vicino ai fatti, per correttezza nei confronti di chi ha sofferto.”
 
Perché Magazzino 18 ha ricevuto tante critiche? Come ha reagito?
“Le maggiori contestazioni sono arrivate dagli estremi di destra e sinistra, probabilmente perché come dicevo prima questo spettacolo cerca di essere corretto nel raccontare ciò che è accaduto, senza fare sconti a nessuno. Ho sempre ascoltato tutte le critiche ed ho sempre cercato il confronto, rispettando e senza alzare i toni, con  tutti quelli che vedono la Storia in un modo diverso dal mio. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma io sento di poter dire che la Storia va guardata con un certo distacco, senza quelle zavorre ideologiche che l’hanno sempre appesantita. Ed è per questo che ho continuato a credere e credo nella buona fede di questa operazione. Credo che sia servita a far ritrovare la comunità nel teatro, che in fatto di intrattenimento, di divulgazione e di riflessione ha un potenziale enorme. Gli stessi esuli mi dicono spesso che questo spettacolo ha fatto molto di più di anni di conferenze fatte da loro, come testimoniano anche l’apertura al pubblico del Magazzino 18 e la giornata che la Camera dei Deputati ha dedicato alla strage di Vergarolla.”
 
Quando ha iniziato a interessarsi al silenzio che c’era attorno a questa vicenda?
“Mi ricordo che da ragazzino andavo al liceo con l’autobus, e ad una fermata c’era una targa che leggevo tutti i giorni “Quartiere Giuliano-Dalmata”. Ebbene per tanti anni mi sono chiesto chi fosse questo signore che di cognome faceva Dalmata e tra me pensavo fosse un poeta, un filosofo o un eroe della Patria. In realtà quella targa si riferiva al quartiere che ospitò i profughi giuliani, dalmati, istriani e fiumani a Roma. Quando poi ho scoperto tutta la storia, grazie a questo mio vizio di andare oltre alle apparenze, sono rimasto sbalordito, come tutt’ora rimane il pubblico quando andiamo in scena in città che non sono quelle interessate, dove invece la Storia la conoscono già e molto bene. Per quanto riguarda i motivi del silenzio, alla luce di tutto quello che ho letto e sentito, penso di poter dire che  sia stato dovuto all’immagine da paese vincitore che aveva sconfitto il nazifascismo che l’Italia doveva costruirsi nel dopoguerra. E questa era la realtà, ma l’Italia era un paese affamato, disastrato e bombardato, che doveva in qualche modo superare il dolore per trovare la forza d’animo e lo spirito per ricominciare: tutto quello che ricordava la sconfitta, come gli esuli, doveva essere superato.
 Poi, quando Tito nel ‘48 ruppe con Stalin e divenne un interlocutore dell’occidente la diplomazia italiana e il governo italiano non potevano metterlo in difficoltà con domande scomode sui crimini commessi dal suo esercito e allo stesso tempo non concedettero mai i loro criminali di guerra alle popolazioni slovene e croate.
E infine è intervenuto anche il silenzio degli esuli stessi che chiudendosi in un  silenzio di grandissima dignità non hanno mai fatto sentire il loro dolore, quello di chi ha perso la propria terra, la propria casa, i propri beni e si sente straniero in patria perché i connazionali rimangono indifferenti alla tragedia.“
 

(foto: pagina ufficiale Facebook Simone Cristicchi)

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