Attualità e Viaggi

Per vedere con i miei occhi #1

Un giorno nella township di Langa, Cape Town
di Antonio Vergoni \ 15-02-2015 \ visite: 2097
Incontro Steve nel suo negozio, sotto un tetto di querce antiche, circondato dall'immenso orto botanico nel parco di Kirstenbosch. Ci arrivo dopo una ricerca assolata di mezzogiorno per le strade di Newlands, quartiere ad appena mezz'ora da dove vivo io.

Quel mattino esco di casa presto e alla stazione dei treni trovo subito la mia tettoia, le corriere Golden Arrow, quelle che s'allungano colme dei pendolari tutti i giorni sulla piana delle Cape Flat e altrove, costi popolari e design vecchio stile. Ringrazio il driver e scendo all'angolo di Main road, secondo l'ultimo messaggio di Steve l'avrei trovato più in sù, sul primo verde verso la collina.

E così m'incammino e dopo qualche strada a vuoto sono al parco delle querce. Lo vedo uscire da una capanna e immagino che sia lui perchè mi sorride e mi tende la mano. Non ci siamo mai visti prima, il suo contatto me l'ha dato un'amica italiana che lavora qui ai cantieri navali di Cape Town, giusto qualche istantaneo su whatsapp e una telefonata due ore prima.


Ma le voci possono descrivere le facce e così ci riconosciamo e lui mi invita subito ad accomodarmi. Si siede su una palla gigante di polestirolo e mi offre un essenziale sgabello, siamo così già immersi in chiacchiera mentre curiosi clienti s'aggirano per la distesa. Dalla prima quercia d'entrata in un cerchio pacciamato di corteccia rossa, due grossi tavoli in legno smistano le altre possibili entrate intorno alle due capanne principali, cilindri verdi di lamiera col tetto a punta di matita. All'interno bancali massicci appoggiati su tappeti di pelliccia, l'odore della pelle esaltato dal sole e ritratti di Mandela un po' ovunque. Fuori ogni tipo di oggetti e pendagli da orecchio, braccio, collo sono sparsi a modo qui e la. Mi racconta un po' della sua vita, del Kenya più di dieci anni fa, nato da padre eritreo e ora qui a parlare perfettamente xhosa e africaans e mastica qualcosa anche di zulu.
Vive in una casa autonoma e indipendente nella township e ama il suo  negozio- laboratorio che ci tiene a mostrarmi in tutti suoi angoli. Finiamo a parlare dell'opportunità di andare a Langa insieme. Steve mi racconta precisamente come intende lui la missione e io al volo concordo: mi accompagnerà in giro e mi presenterà più gente possibile, cortesia con tutti, qualche rand e poche foto: "se vuoi farle vai al Krugen park”, mi dice.  Chiarissimo, l'appuntamento è stabilito per il lunedì successivo, ci saremmo sentiti per messaggio nel caso. Lascio l'oasi d'ombra e il mio amico Steve per una tosta passeggiata delle quattro di pomeriggio avviandomi verso la Main road e il mio passaggio per la città.  

 
Passa la settimana che neanche me ne rendo conto, son già le nove di quella mattina e io sono in centro da un po' quando ci incontriamo. É una giornata di sole e la città già suona di clacson e impazza di persone e auto ovunque, schiviamo tutti e tutto e puntiamo alla stazione. Lì dentro il traffico è lo stesso e al piano superiore si trasforma in bolgia, tra le pensiline giallo oro delle corriere e quelle senza colore dei mini bus che prenderemo per arrivare a Langa. Attraversiamo arrancando il bagliore accecante delle lamiere dei negozi, nel grande mercato che riempe il piazzale prima dei trasporti alternativi. I mini bus sono a tariffa fissa, meno di un euro e ti portano per   chilometri fino dentro le township. Non partono se non sono pieni, così dopo un po' di attesa siamo sulla strada e in poco arriviamo all'entrata di Langa, l'unica, come unica è l'uscita. È così dall'Apartheid, come quasi tutto, tranne ovviamente i check point, o le stracolme sale d'attesa per il riconoscimento, o i controlli di polizia, per tutti, ogni mattina e ogni sera. Le ruspe stanno lavorando su nuove case per liste d'attesa infinite con la popolazione della township che cresce di nuovi arrivi giorno dopo giorno.

É la mano del governo, insufficiente ma presente. Ci infiliamo tra la polvere  di  un vicolo a doppio senso di marcia con un rigagnolo che gli scorre sul fondo. Facciamo due giravolte e siamo sbarrati da una serie di bidoni ex gasoline ora pieni di un liquido biancastro e schiumoso: mi dicono sia birra. La signora con pompa e brusca in mano ci invita ad entrare, mi accomodo mentre un tizio mi mette in mano un secchio, ringrazio,sorrido, guardo poco e bevo una calda, aspra e molto alcolica sorsata. Riemergo dalla latta e passo al compare alla mia destra che a sua volta la fa girare per il resto degli avventori di quella bettola africana.  -continua-


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