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Libri viventi ripercorrono la deportazione degli italiani

La scuola e l’impegno per la Giornata della Memoria
di Grazia Russo \ 27-01-2015 \ visite: 1421
Il teatro Pandurera di Cento ieri era al completo. Tanti occhi giovanissimi, curiosi, prendevano posto in sala per uno degli incontri più sorprendenti e irripetibili a cui siamo chiamati dalla storia. Come molti lì presenti, ho avuto la possibilità, l’onore e il privilegio di ascoltare le vicende di due uomini sopravvissuti ad una delle più tristi pagine della storia dell’umanità.

Armando Gasiani
e Adelmo Franceschini rispettivamente classe 1927 e 1924 sono stati entrambi due deportati politici nei campi di concentramento e di sterminio nazisti nella lunga e triste notte del biennio 1943-1944. Questa mattina però erano lì sul palcoscenico armati di bottiglia d’acqua, ricordi e due codici numerici, pronti a ripercorrere il periodo più difficile della loro esistenza.

Ad organizzare l’incontro l’Istituto 1 di Cento “Guercino” con il dirigente scolastico Anna Tassinari e Mauro Borsarini, dirigente scolastico e membro dell’Associazione nazionale ex Deportati Politici, oltre all’ANPI che fa curato una mostra della memoria a Cento (presso la Camera del Lavoro in via Alighiri 21/c fino al 30 gennaio) in cui sono raccolte testimonianze, lettere degli internati nei campi di concentramento nazisti.  Tra momenti di massima commozione hanno mostrato ad un pubblico attento e silenzioso i codici e i colori che per lungo  tempo sono stati il loro nome, la loro identità.  Ci hanno parlato senza troppi giri di parole della bestialità che venne raggiunta in quel periodo dall’uomo e che hanno potuto sperimentare sulla loro pelle. La bestialità propria di uomini che uccidono altri uomini, in nome di differenze ideologiche, religiose, sociali. 

Armando Gasiani ha lasciato nel campo di Mauthausen suo fratello Serafino morto di tubercolosi, lui che gli dava la forza di andare avanti giorno dopo giorno per realizzare il sogno di rientrare a casa, vicino Bologna e per lunghi anni ha perso anche la parola. Chiuso in un silenzio durato cinquant’anni, ha iniziato ad incontrare le platee di ragazzi solo dopo aver visto il film di Benigni La vita è bella”, che gli ha ridato – come ama dire – “una nuova vita”: la parola. “Parlare finché avrò voce” è questa la sua volontà, come il titolo del libro in cui ha raccolto la sua storia, per permettere ai più giovani di conoscere ascoltando dall’esperienza diretta, dal racconto a tratti rotto dal pianto, le terribili atrocità a cui è andato incontro appena diciottenne.

Adelmo Franceschini
più anziano ma lucido ed incisivo, forte e chiaro più di molti testi scolastici dopo aver fatto un excursus storico si è soffermato su un aspetto trascurato per lungo tempo e cioè che la sua generazione nata e cresciuta secondo una cultura fascista, all’indomani dell’armistizio posta davanti alla scelta di tornare a combattere per la Repubblica di Salò o essere trasportata su treni merci a morire in un campo di sterminio, non ebbe tentennamenti e scelse la seconda strada. Fu la prima forma di resistenza aperta al fascismo e la storia non ha memoria di questi 650 mila italiani trasportati nei campi di sterminio. Di questi solo 50 mila tornarono a casa, ridotti pelle e ossa. Adelmo Franceschini pesava 35 kg. Pochissimi kg di dignità e coraggio a cui tutti dobbiamo qualcosa.
Ci hanno lasciato con una richiesta: non essere indifferenti, perché in forme diverse, ciò che è successo può ripresentarsi e dando voce ad una poesia di Bertolt Brecht

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
      


(Nella foto: una piastrina che riporta il codice identificativo corrispondente ad un deportato. E' doppia perché il deportato non è morto nel campo di concentramento. In caso di morte, una parte veniva inviata alle famiglie per informarle del decesso).




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