Cultura e Spettacoli

Di peti e di letteratura. Pennac presenta Journal du corps

Lo scrittore francese e un'opera totalmente fuori dagli schemi
di Francesca De Luca \ 10-03-2014 \ visite: 1220
pennac al comunale

L’arrivo a teatro, vergognosamente un po’ in ritardo. Sul palco, lui: Daniel Pennac. Pennac scrittore, Pennac insegnante, Pennac pedagogo, Pennac attore. L’autore come lettore-attore delle proprie opere era prassi consolidata nell’antichità. Per i romani era assolutamente naturale che l’autore, unico a poter dare la giusta intensità all’opera, leggesse per il proprio pubblico. La prassi è stata poi riscoperta a metà dell’Ottocento. Lo fece già Rosseau, lo seguirono Ungaretti, Camus, Beckett e molti altri. Sabato e domenica, nella cornice del Teatro Comunale, abbiamo potuto godere della lettura di Pennac.

Scrittore francese noto ai più per i suoi romanzi in cui parla di scuola ed educazione, Pennac calca ora la scena con il suo “Journal du corps”, tradotto ed edito da Feltrinelli nel 2012 con il titolo “Storia di un corpo”. I traduttori, secondo un filone di pensiero, sono fondamentalmente degli scrittori. La pura traduzione letterale, infatti, non consentirebbe di apprezzare la bellezza di molte opere. Basti pensare a Rilke, criticato perché talvolta “migliorava” le poesie tradotte, conferendo loro un valore superiore rispetto al testo originale. Arrogandomi un diritto che non ho, avrei titolato lo spettacolo di ieri “Diario di un corpo”, anziché “Storia di un corpo”. Questo non solo perché gli stralci di libro che Pennac e la regista Clara Bauer hanno portato in scena erano scanditi da date e riferimenti spaziali e temporali specifici, ma piuttosto perché l’attore-scrittore in scena ha assunto il ruolo dell’umile portavoce: in scena c’era il corpo. C’era il corpo letto, il corpo raccontato, il corpo immaginato, il corpo toccato. Pennac era solo la voce del vero protagonista. Il pretesto letterario del romanzo, infatti, è proprio quello di una figlia che, il giorno del funerale del padre, riceve un regalo post-mortem: un diario nel quale quest’ultimo aveva annotato tutto ciò che il proprio corpo provò dai dodici anni al momento della morte, sopraggiunta alla veneranda età degli ottantasette anni. Dolore, fremito, gioia nell’eiaculazione, peti. Pennac non si fa mancare nulla e con un linguaggio che poco si addice alla deliziosa cornice del teatro comunale di Ferrara, distrugge gli schemi e parla di ciò che vi è di più normale e che troppo sovente viene invece taciuto per pudore, per vergogna, per buon costume. Si può parlare di scorregge a teatro, pur non essendo nel contesto di uno spettacolo comico in stile Luttazzi? Pennac dimostra che sì, si può.

Abile intrattenitore, spiritoso e curioso, Pennac non si fa fermare neppure dinanzi ad un problema tecnico che lo costringe a continuare lo spettacolo senza microfono. Attendendo che il problema si risolva improvvisa un paio di sketch che fanno ridere fragorosamente il pubblico; infine si arrende e continua con la sola voce. “Mi sentite tutti? E’ la meraviglia del teatro all’italiana. Questo è il vostro genio”. Ascoltando Pennac sembra quasi di poter toccare la tata Violette, di poter vedere il protagonista chiacchierare con il nipote omosessuale, sembra di essere nella stanza del suo albergo quando, ormai vecchio, consuma un rapporto sessuale con la sua giovane interprete. “Generalmente il corpo è semplicemente un pretesto narrativo: il fulcro è sempre il sentimentale, lo spirituale, il politico. Io ho voluto ribaltare la situazione” dichiara Pennac. “Nel mio libro, e nello spettacolo che da questo trae spunto, è il corpo ad essere al centro dell’attenzione. Credo che questo non sia mai stato fatto, almeno a me non risulta”. Pennac cita anche i soldati della resistenza “che si ammalavano raramente. Il loro corpo - dice - viveva in funzione dell’obiettivo: la liberazione dall’invasore straniero”. C’era una volontà tale da far sì che quei soldati non si ammalassero, contrariamente a quanto avveniva, invece, alle persone costrette a lavorare per i tedeschi. Sorge spontaneo il collegamento con le teorie energetiche che vogliono il corpo guarito, almeno parzialmente, da una corretta predisposizione mentale, o agli avvenimenti positivi che lo circondano; ma parlandone divagheremmo. “Avevo però anche voglia di parlare del mio corpo - commenta l’autore - e dei corpi che mi hanno circondato durante la mia vita”. Da insegnante, Pennac ha potuto osservare l’evoluzione e il mutamento di numerose persone, con i loro corpi. “L’avventura puramente fisica di un corpo che nasce, cresce e muore, mi sembra straordinaria, a qualsiasi persona quel corpo appartenga. È un fatto eccezionale in sé”.

Come fa notare anche lo scrittore, oggi il corpo è quotidianamente esposto, esibito, fino all’ossessione. Basti pensare alla pubblicità, alla pornografia, all’abbigliamento. Il corpo è continuamente oggetto di osservazione, eppure la capacità di istaurare intimità con “l’altro” non pare migliorata, anzi. “Sapere tutto oggettivamente - sottolinea l’autore - non aiuta necessariamente a capire tutto soggettivamente”. I corpi contemporanei sono soli. È questo ciò che sembra volerci dire Pennac. E la mente vola anche ai medici che troppo spesso analizzano immagini e non auscultano il paziente. È il contatto vero, il contatto reale, che passa per il corpo per toccare le corde dell’anima, quello che sembra venir meno nella contemporaneità. “C’è più possesso e meno carezze, il corpo è più analizzato e meno vissuto”. Pennac regala un viaggio attraverso la morale e la consuetudine, un viaggio in cui si squarcia la norma e ciò che è normale ritorna ad essere normale, sia questo un orgasmo o un peto. Nulla di straordinario. Straordinaria è solo la capacità di questo artista poliedrico di incantare, far sorridere e regalare emozioni e riflessioni.

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