Arte e Letteratura

Quella volta che Gian Pietro Testa batté Bruno Vespa

Il Rocchetto di Ruhmkorff è il nuovo romanzo del giornalista e scrittore ferrarese
di Alessandro Orlandin \ 11-12-2013 \ visite: 4503
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Solo una volta nella mia pur breve vita ho avuto il privilegio di poter leggere un libro in anteprima. Ma non qualche settimana prima dell’uscita, addirittura anni, tanto da chiedermi se nella mia disordinata libreria non si celasse un piccolo cimelio letterario. Il libro in questione è “Il Rocchetto di Ruhmkorff” di Gian Pietro Testa, pubblicato a novembre di quest’anno da Minerva e presentato ufficialmente alla libreria Ibs di Ferrara.
Per quanto non possa certo millantare una grande amicizia con Gian Pietro, ricevetti il manoscritto – rilegato in cartoncino semplice, come le tesi di laurea – durante un pomeriggio di inverno del 2011, in occasione di una visita nella sua elegante casa in centro. Conversammo per almeno due ore di giornalismo e letteratura, ma anche di politica, perché con Gian Pietro è del tutto inevitabile. Con me c’era un’altra mente curiosa come Gigi Telloli. Al tempo era nostra intenzione mettere insieme una sorta di profilo biografico del Testa sospeso tra la professione di cronista e quella di scrittore, ma ovviamente non se ne fece mai nulla. Divagazioni a parte, al momento del congedo, Gian Pietro scelse di sorprendermi: “Sto scrivendo questo libro, ma non so quando uscirà. Tieni, poi fammi sapere come lo trovi”. Lessi, ma non riferii mai le mie impressioni, un po’ per timidezza, un po’ per pigrizia.

GpTesta2 A distanza di quasi due anni devo ammettere che Gian Pietro mi ha fregato. Non solo ha poi pubblicato il libro, ma nel momento in cui – poco prima della presentazione – gli ho mostrato quel manoscritto dalla copertina grigia, mi ha fatto notare di aver cambiato totalmente il finale. Colpo di scena tipico del personaggio, sempre in vena di battute al vetriolo e di divagazioni formidabili legate alla sua condizione di lucidissima memoria storica. Le stesse divagazioni che Fabrizio Fiocchi – chiamato a presentare il libro – ha faticato a contenere durante l’ora e mezza di chiacchierata con Gian Pietro. Non a caso in apertura non si è parlato de “Il Rocchetto di Ruhmkorff”, ma della stagione dei “pistaroli”, quel gruppo di giornalisti – di cui faceva parte anche Testa, ovviamente – che tra gli anni Sessanta e Settanta scavò nel profondo delle trame più oscure dell’attualità italiana. “Fatti spesso odiosi” come li ha definiti lo stesso Testa, come la strage di Piazza Fontana o la strage di Peteano. Ennesima riprova della difficoltà palese nel distinguere il profilo del Testa giornalista da quello del Testa scrittore. Nel romanzo “Il Rocchetto di Ruhmkorff” non ricorrono le ombre di quelle vicende, ma non mancano comunque riferimenti autobiografici particolarmente significativi. Per stessa ammissione dell’autore, quasi nessuno dei suoi personaggi è totalmente inventato.
Si pensi solo al personaggio centrale de “Il Rocchetto di Ruhmkorff”, il problematico pre-pensionato Michelangelo, che per hobby dipinge come peraltro faceva lo stesso Testa prima di rinunciare “per ragioni di ordine casalingo”. Ma anche al pittoresco Giuseppe Garibaldi Mazzini detto Fraschenor, che in comune con i due giganti del Risorgimento purtroppo ha solo gli altisonanti cognomi, e deve il suo soprannome a un curioso avvenimento dell’infanzia di Gian Pietro. A completare il quadro c’è Wanda, lo spirito libero imprigionato nella gabbia di una famiglia alto-borghese. Un giorno, una mattina di fine estate, i tre si ritrovano su una spiaggia e… il resto ovviamente non ve lo dico, come non ce l’ha detto Gian Pietro nella presentazione. A proposito: perché questo titolo? L’elettromagnetismo c’entra quasi nulla, anche se il dispositivo inventato da Heinrich Ruhmkorff fa da perno in un episodio chiave del romanzo.

Fabrizio Fiocchi ci ha provato in tutti i modi a mantenere l'indisciplinato Gian Pietro Testa sul sentiero tracciato della presentazione letteraria, ma i suoi sforzi si sono rivelati vani, anche perché lo stesso libro vive di intrecci e digressioni continue. Così si è finiti a parlare di Thomas Bernhard, di James Joyce, di William Faulkner e di John Steinbeck, tutti esempi – secondo Testa – di “prosa tumultosa” come quella che si trova dentro “Il Rocchetto di Ruhmkorff”, una prosa in cui ogni pensiero si scontra con l’altro creando effetti imprevedibili. “Il finale mi ha messo in difficoltà, – ha raccontato Gian Pietro – mi sono trovato a scontrarmi con me stesso. Non volevo fare una di quelle chiusure tipiche del realismo americano in cui tutti vanno a casa e finisce lì, come per esempio nei racconti di Hemingway”. Mi piacerebbe darvi qualche indizio su come finisce il romanzo, ma, come detto, Gian Pietro mi ha cambiato il finale rispetto al manoscritto. La curiosità mi ha imposto di procurarmi la versione definitiva. Se non è marketing efficace questo…
Durante la presentazione, poco lontano dalla sedie che ospitavano i due oratori, c’era lo scaffale dei libri più venduti, disposti in una classifica. Assieme a Corrado Augias e Tiziano Terzani c’erano anche Bruno Vespa, Paolo Fox e addirittura Papa Francesco. Dopo la presentazione, Gian Pietro Testa si è piazzato all’ottavo posto nella lista delle vendite di Ibs. Bruno Vespa stava dietro, all’undicesimo. L’ennesima rivincita del “pistarolo” su un altro tipo di giornalista, un po’ meno coraggioso, per usare un eufemismo.

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