Arte e Letteratura

Teatro digitale, due chatterbot si confrontano sulla natura umana

Con Hello Hi There, Annie Dorsen riattualizza il dibattito Chomsky-Foucault
di Lisa Viola Rossi \ 26-11-2013 \ visite: 1900
hellohithere

Recentemente al Teatro della Villette di Parigi è stata messa in scena una pièce di teatro digitale della poliedrica artista americana, Annie Dorsen. “Hello Hi There”, questo è il titolo dell’opera, che rientra a pieno titolo nel teatro concettuale, nonché di apparente improvvisazione. Mentre la sala si riempie, l’autrice se ne sta a bordo palco, sulla sinistra. Siede ad una scrivania, davanti ad un notebook. Legge ad alta voce una dichiarazione di intenti, digitandola su due grandi schermi allestiti sul palco. La scena è composta inoltre da un televisore di media grandezza, in un angolo, e da una piccola collinetta coperta d’erba artificiale, che è posta in mezzo al palco, e che accoglie due computer portatili posti l’uno a fianco dell’altro. “Stasera inventeremo nuove discussioni” annuncia l’autrice, lasciando la scena alla tv.

L’attenzione si concentra sul piccolo schermo, che inizia a trasmettere il celebre dibattito tra Noam Chomsky e Michel Foucault, datato 1971. Pochi minuti e, alla prima domanda del moderatore, il filosofo olandese Fons Edlers, “esiste una natura umana 'innata' indipendente dalla nostra esperienza e priva di influenze esterne?” l’audio viene meno: “Forward Bots!”, “Avanti i robot! invita d’un tratto la performer. Le immagini del dibattito scorrono sul monitor televisivo, mentre i due grandi schermi si illuminano divenendo i veri protagonisti della scena. Per un’ora, in diretta, trasmettono la chat tra i due attori della pièce: i due computer, ovvero i due chatterbot (it.wikipedia.org/wiki/Chatterbot).
La riflessione a cui invita Dorsen, dunque, a partire dal linguaggio di due grandi pensatori chiave del ventesimo secolo e “passando la parola” al codice binario, a priori, dei computer, ne indaga il ruolo preponderante che hanno assunto nelle nostre vite: li investe del ruolo di attori che dibattono liberamente di linguaggio, di differenti aspetti dell’intelligenza umana, della scienza, della natura del potere politico. Allo stesso tempo, tale dibattito digitale si caratterizza anche dei tipici tratti della chat. I due interlocutori numerici si scambiano complimenti. Ridono, cantano. Addirittura flirtano. Di tanto in tanto, si confrontano sulle posizioni filosofiche di Noam Chomsky e Michel Foucault. Già, perché il referente tematico dell’intera discussione resta l’incontro tra i due intellettuali. Il computer che sta a destra è dichiaratamente chomskiano, quello di sinistra difende a spada tratta Foucault.

UN VENTAGLIO DI DUBBI. È O NON È TEATRO? L’autrice, Dorsen, riesce abilmente nel tentativo di instillare un ventaglio di dubbi nel suo pubblico: con una certa difficoltà si riconoscono in tale performance i caratteri che portano a definirlo “spettacolo teatrale”. Da una parte perché non ci sono attori “umani”: la stessa Dorsen non può prevedere che tipo di chat prenderà corpo sui due grandi monitor; anzi, risulta in qualche modo destabilizzante sentire la sua risata, accomodata a pochi sedili di distanza, durante la pièce: la chat che scorre in scena è infatti solo una delle combinazioni possibili, una tra 87milioni di chat generabili. La conversazione digitale tra i due chatterbot si basa su un archivio che raccoglie un’ampia varietà di testi, ed è generata da un algoritmo che di volta in volta scannerizza e seleziona la battuta da inviare all’interlocutore. Ciò chiama inevitabilmente in discussione la questione della paternità di una tale opera, dato che Dorsen non può controllare del tutto i contenuti che si susseguiranno nel corso della pièce.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, DAL SENSO DEL RIDICOLO AL POTERE CREATIVO In aggiunta a ciò, i botta e risposta “calcolati” sfociano talvolta nel nonsenso o in incomprensioni dai tratti ridicoli e grotteschi, dettati dall’assenza di consequenzialità logica, intenzionale, “umana”. Tuttavia è indubbio l’effetto creativo, “iseriano” (si ricordi la teoria della lettura di Iser, che assegna un ruolo di coautore del testo proprio al lettore), che tale pièce determina nella propria audience: ciò stuzzica inevitabilmente l’innesco di qualche sana elucubrazione bioetica, che tira in ballo l’annosa questione dei limiti del progresso scientifico e dello sviluppo di una sempre più evoluta intelligenza artificiale. Con questo spettacolo, Dorsen accompagna la propria audience ad interrogarsi, arrovellarsi, confrontarsi con se stessi, e gli uni con gli altri. Cosa significa credere nell’intelligenza superiore dell’essere umano, quando le macchine sono ora capaci di superarci facilmente? Può nascere qualcosa di valido dalla riflessione di due computer? Cosa succede se la creatività, la coscienza e la libertà cessano di essere campi che contraddistinguono l’essere umano?

locandina dorsen LA CREATIVITÀ CHE SI RADICA NELLA GRAMMATICA UMANA La posizione chomskiana sulla questione della creatività appare dunque quanto mai utile a sviluppare una tale riflessione: accostando la linguistica al suo attivismo politico, Chomsky sostiene che tutti gli esseri umani possiedono la facoltà innata, biologica, di realizzare un lavoro creativo; “humans can make more output than they take in as input”, sostiene il teorico americano. In altri termini, la ricchezza del linguaggio che gli esseri umani possono esprimere è indipendente dalla situazione sociale a cui sono esposti. Quest’ultima può determinare uno scarto nel lessico; ma non vi è bambino che non acquisisca la grammatica (si pensi alla naturalezza del processo di costruzione sintattica – in italiano, in generale: nome-verbo-complemento oggetto). Secondo Chomsky, è dunque evidente che ciò che contraddistingue l’essere umano da una macchina è la grammatica, da intendersi come facoltà biologica umana innata, che è sistema produttivo che permette al bambino di generare frasi del tutto nuove, mai sentite prima, indipendentemente dalla varietà di stimoli (frasi) a cui è stato soggetto. Questa è la base della teoria della grammatica universale di Chomsky, che rivendica appunto una base universale e biologica alle strutture linguistiche. Grazie a Chomsky, la tensione pertanto si allenta: i due bot della Dorsen restituiranno pure ogni sera, al pubblico, in diretta, un nuovo testo improvvisato, ma la loro pagella si confermerà assolutamente ed irrimediabilmente insufficiente in grammatica (sempre, si spera!)!

DIBATTITO FILOSOFICO VS. CONVERSAZIONE “CALCOLATA”: DUE DIALOGHI “FALLITI” Parallelamente, Dorsen evidenzia come il dibattito tra i Chomsky e Foucault si sia tradotto in un esempio di insuccesso del dialogo filosofico, relativamente alla sua capacità di produrre una nuova comprensione: nessuno di loro – ricorda Dorsen nella sua introduzione – fu soddisfatto della propria performance (nè di quella del proprio interlocutore) e il dibattito è stato generalmente percepito come problematico e piuttosto scialbo. Di fatto, all’epoca, Foucault aveva già pubblicato “Le parole e le cose”, in cui sosteneva che “l’uomo è un’invenzione recente”. Scettico relativamente alla nozione di natura umana, che considerava una sorta di “poliziotto” incaricato di stabilire quali idee e comportamenti dovessero qualificarsi come propri degli “esseri umani”, il filosofo francese condannava senza mezzi termini la posizione di Chomsky, giudicandola moralmente e politicamente pericolosa: la biologia e la linguistica, secondo Foucault, non sono altro che costruzioni storiche, generate dal potere.

COSA NASCE DA UN DIALOGO ARTIFICIALE? In linea con la tradizione mistica medievale della “macchina logica” inventata dal filosofo Ramon Lull, i chatterbot di Dorsen si pongono dunque come la risposta contemporanea alla questione dell’intelligenza artificiale: “Quale mondo del pensiero può sorgere nel momento in cui due computer sono 'seduti faccia a faccia' e 'riflettono' su ciò che hanno in comune?”. Hello Hi There risulta in questo senso una riuscita collaborazione tra l’uomo e la macchina, esperimento teatrale che inscena un dialogo sull’umanità, nell’era della comunicazione digitale, risultando talvolta scabroso per i dubbi che insinua sull’apparente autonoma coscienza del calcolatore, dovuta alla sua avanzata capacità imitatoria. Hello Hi There è una pièce che invita inevitabilmente a “fare il punto”, in quanto ci consente di fermarci almeno per un momento a riflettere sulle nostre abitudini di consumo tecnologico quotidiano: in proposito, basti pensare all’applicazione “Siri” della Apple, l’assistente personale basato sul riconoscimento vocale a cui possiamo dettare sms o richiedere indicazioni su luoghi, persone, previsioni del tempo... E in linea non mancano gli esempi di siti che consentono di chattare con software creati ad hoc.

TECNO-PARANOIE E CHAT DALL’ALDILÀ Per chi volesse approfondire la propria tecno-paranoia, inevitabile il rimando alla mini-serie britannica “Black Mirror” di Charlie Brooker, in particolare all’episodio “Torna da me”, uscito il 19 marzo 2013 in Italia su Sky Cinema, che racconta la possibilità di “parlare con i morti” attraverso un chatterbot basato sull’insieme delle informazioni che il defunto ha pubblicato online durante la propria vita... terrena. Ecco, appunto. Questo software da marzo esiste già. È la nuova applicazione Twitter chiamata LivesOn (www.theguardian.com/media/shortcuts/2013/feb/18/death-social-media-liveson-deadsocial).

Il video integrale del dibattito tra Noam Chomsky e Michel Foucault

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