Cultura e Spettacoli

Movie Of The Week: "La Casa di Jack" (2018)

Qualcuno deve pur essere il lupo cattivo
di Paolo Stegani \ 05-03-2019 \ visite: 949
Matt Dillon in una scena di La Casa di Jack

Al Festival di Cannes 100 persone lasciano la sala per la crudezza delle immagini, ma al termine della proiezione è standing ovation. “La casa di Jack”, nuova fatica cinematografica di Lars Von Trier, raccoglie consensi e  biasimo da ogni parte, lode e repulsione, diventando un caso cinematografico capace di dividere pubblico e critica come non si vedeva da un po’. L’opinione del sottoscritto è che si tratti a pieno merito di una delle migliori pellicole pulp degli ultimi anni,  seppur l’elenco non si dilunghi troppo.

Le premesse erano buone già sulla carta: non bastasse il nome del regista si aggiungono quello di uno straordinario Matt Dillon nei panni del protagonista, di una misteriosa Uma Thurman in quelli della sensuale autostoppista che ne fa la (sventurata) conoscenza, della Riley Keough di “Magic Mike”, “Mad Max: Fury Road”, “La Truffa dei Logan”. Jack è un assassino affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, la cui freddezza e metodicità non apparivano sullo schermo dai tempi di “American Psycho” (2000). Le regole del gioco vengono apprese passo per passo, con schemi meno rigidi di quelli attuati da Christian Bale, ma non ci si lasci ingannare dall'apparente apprensione di Jack: è dovuta soltanto all'effettivo passaggio da fantasia a realtà, da male pensato a male provocato. Di film del genere affascina ancora una volta il totale ribaltamento di prospettiva, con la costante psicologica che per una volta non è il terrore delle vittime ma la crudeltà dell’assassino, vissuta senza filtri, di cui spaventa l’assoluta normalità intrisa di sadismo. Matt Dillon si dimostra perfetto, per fisionomia e talento, per sorreggere il velo che separa pazzia e quotidianità, specialmente nelle scene di dialogo con le vittime dove la personalità del maniaco oscilla a piacimento fra le due. Von Trier ci porta nella mente di uno psicotico, senza farcene studiare i meccanismi ma permettendoci di assistere con lui ai risultati dei suoi disegni, dei quali siamo, tanto quanto Jack, spettatori estranei. In questo senso la colonna sonora ed alcuni piani sequenza mossi e/o distanti dal soggetto effettuati con camera a mano aiutano a spostare le vicende in una dimensione quasi fiabesca, nonostante un "eroe" tutt'altro che immaginario. Ci si trova ad immedesimarsi, con disgusto: non è comprensione od ammirazione, soltanto empatia. Quando davanti agli occhi indagatori del detective lo sguardo di Jack ostenta l’impercettibile lampo di follia del serial killer, fiero di esserlo, cosciente del proprio lato oscuro ed entusiasta di poter esprimere se stesso, tutti noi diventiamo Jack. È l'orgoglio di chi mente, familiare anche allo spettatore. Jack si concepisce prima di tutto come un artista, che recita soltanto quando veste i panni del normale uomo di mezza età.

Sangue e tortura, in dosi massicce, hanno scatenato le numerose critiche. Troppo facile parlare di violenza gratuita: è piuttosto la necessaria esagerazione (spero?) del disordine cui, con molta meno fatica di quanto si pensi, l’anima di chiunque potrebbe giungere. Tutt’altro schema rispetto a quello di un Tarantino, ma ugualmente pregno di sangue ed atmosfera, con quel po' di spiazzante moralismo. Un Von Trier non alla ricerca dell'innovazione bensì in gara con se stesso, per una ricetta con i soliti ingredienti ma di prima qualità. Senza questa visione d’insieme “La Casa di Jack” non è che un bel thriller ben costruito: se si ha voglia di coglierne l’implicita filosofia, e basta veramente poco, ne nasce un Pulp Psicologico con entrambe le P maiuscole. Che pone una grande domanda: quanti passi prima del limite ultimo?

UciCinemas:
Mer. 06/03 –  21.40

Apollo Cinepark:
Sab. 09/03 - 16.45
Dom. 10/03 - 16.45
Lun. 11/03 - 21.30 (versione originale)

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