Utilità e progetti

Aspettando il pranzo

Breve racconto del dietro le quinte di cosa si sente, si vede, si prova a fare il volontario Caritas
di Giulia Paratelli \ 13-04-2017 \ visite: 10756
volontario caritas
Michele volontario SCR
Fotografia di Giulia Paratelli

 
Qualche giorno fa mi sono recata alla Caritas di via Brasavola a Ferrara circa un'ora prima di pranzo. Appena arrivata mi sono trovata davanti una sorridente Stefania a salutarmi. Stefania l'ho conosciuta un po' di tempo fa, è un'ex volontaria di Servizio Civile che ha svolto proprio in Caritas e ci teneva ad accompagnarmi in questa visita.
 
Mi apre la porta e subito mi trovo in una grande cucina affollata di persone indaffarate. Mi avvisano che manca un'ora all'apertura della mensa e che i ritmi si faranno sempre più serrati mano a mano che l'ora X si avvicinerà. Questo mi crea un paio di domande: cosa succederà di lì a poco? Come la prenderanno gli utenti a vedermi lì armata di macchina fotografica? Creerò imbarazzo?
 
Mi si avvicina Michele, taglio di capelli a spazzola e grandi occhi blu. È uno dei volontari attualmente in servizio che assieme a Susanna (che di blu oltre agli occhi ha anche i capelli) stanno svolgendo il loro servizio civile lì. È socievole, e si offre subito di farmi visitare tutto il complesso. Una lunga serie di stanze più o meno grandi mi vengono aperte sempre accompagnate dal tintinnio delle chiavi che tutti portano al collo, ci sono le dispense per le cosiddette "spese" che vengono donate due volte a settimana ai bisognosi, ci sono le stanze dove si raccolgono e si smistano i sacchi con i vestiti che vengono lasciati nei grandi cassonetti rossi sparsi in città, ci sono le docce per i senza tetto "ma una sola funziona, l'altra è rotta, c'è un lavandino crepato e si rischia di farsi male" mi dicono. Poi ci sono dei grandi frigo, grandissimi frigo come non ne ho mai visti, sono delle specie di container in miniatura, qui vengono raccolti i cibi donati dai supermercati, sono tutti prodotti a scadenza ravvicinata, ci sono buste di insalata, yogurt, formaggi, confezioni di carne, perfino salatini in vaschette confezionate qualche giorno fa.
Infine il pane. Sacchi di pane di varie forme e dimensione che vengono donati dai forni della città.
 
Ho gli occhi pieni di cose, dettagli, odori, quantità incredibili di bottiglie di passata di pomodoro.
 
Una domanda mi affiora subito "perché produciamo così tanto?"
Seguita da una seconda "se non ci fossero Caritas e altre realtà di assistenza ai bisognosi dove andrebbe tutto questo cibo? Buttato? E chi necessita di queste cose come farebbe?"
Una delle cose che mi ricordo della mia esperienza universitaria è che per avere un punto di equilibrio del mercato la curva della domanda deve incrociare quella dell'offerta in un punto che segna la stabilità, il bliss point. Ma qui l'equilibrio dove sta?
 
Il profumo del cibo comincia a spargersi nei locali e Susanna comincia ad apparecchiare. Una tovaglietta di carta, posate in metallo, tovagliolo usa e getta e un bicchiere. I bicchieri sono tutti diversi e alla fine la lunga tavolata sembra un quadro post-moderno: le geometrie regolari delle tovagliette bianche alternate dalle forme e i colori irregolari e assurde dei bicchieri che costellano e rendono viva la tavola.
 
Enormi padelle sono ormai pronte in cucina. C'è la pasta "ravioli misti, un po' con quello che c'era ma tutto senza carne" mi dice uno dei cuochi asciugandosi le mani con uno strofinaccio, avrà circa settant'anni, pochi capelli e le gote rosse di chi è stato vicino ai fornelli parecchio tempo.
L'insalata mista è sistemata in una grande ciotola di plastica bianchiccia che più che un'insalatiera sembra una bacinella viste le dimensioni.
Ci sono delle cotolette preconfezionate "queste si preparano in fretta, erano prossime alla scadenza, meglio consumarle tra oggi e domani altrimenti sarebbero da buttare." Mi spiega Success, ha lunghi capelli ricci rossi, lei è nigeriana e dice che ha deciso di fare volontariato qui come libera scelta per aiutare chi è meno fortunata di lei "Vedere che aiuto mi rende felice. Questo basta." Mi dice scusandosi per il suo italiano stentato e poi riprende a parlarmi in inglese.
 
"Vengono serviti tra i 100 e i 200 pasti a pranzo e un po' meno alla sera, moltissimi sono ricorrenti, li conosciamo, ci abbiamo fatto due chiacchiere quando loro ce lo permettono, non tutti hanno voglia di aprirsi." Continua Susanna.
Nel frattempo dalla porta con il vetro satinato si cominciano a vedere delle sagome e si sente chiacchierare, qualcuno scherza, qualcuno sembra avere un tono serio, il dialetto ferrarese viene mescolato all'italiano stentato con un forte accento dell'Est Europa, una pronuncia un po' francofona qua e là, qualche parola in pugliese.
Il vetro satinato impedisce di vedere chi c'è di là, sono tutti uguali visti da dentro la mensa, stanno tutti aspettando per entrare e basta.
La porta viene aperta, si comincia. 

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